Partiamo dalla superflua parentesi data dal confermare che “nella vita le cose importanti sono ben altre”, oggi, per chi viva la vita di emozioni, affetti, e fortissime passioni, è un giorno molto triste.
Un giorno che mi ha più male di una finale di Champions persa contro un avversario.
Perché in quel caso c’è sempre un motivo sportivo che giustifica l’esito per quanto doloroso, mentre in questo caso la delusione è umana, personale.
Oggi è il giorno in cui Antonio Conte ha sancito ufficialmente non solo la sua FINE nelle pagine di storia bianconera ma addirittura si è posto come serio e principale competitor sul campo dove cercherà la sua personalissima gioia proprio contro quella dei tifosi che non sono l’hanno pagato tutti questi anni consentendogli di essere ciò che è diventato, ma che l’hanno sostenuto ed osannato per oltre 16 anni, nelle esaltanti gioie come nelle atroci sconfitte.
Il nostro rapporto era qualcosa che andava ben oltre la “professione”.
E lui non può non saperlo. Quello che custodiva era qualcosa che doveva essere rispettato ben oltre gli eventuali screzi col Presidente, ben oltre un contratto milionario (tra l’altro ha appena vinto una causa col Chelsea di oltre 10 milioni, dunque poteva credo permettersi il lusso di “non scegliere”).
Antonio Conte è stato il nostro capitano, un capitano molto, molto amato, uno di quelli che giocava con il cuore, uno che ha sputato veramente il sangue per la nostra maglia.
Da allenatore e con una rosa non di primo piano ha preso per mano una Juve malconcia da calciopoli, dalla B e da ben due settimi posti, riportandola sopra tutto e tutti, regalandoci la gioia di un tricolore incredibile, il trentesimo, da imbattuti.
Non dimenticherò MAI quell’anno e i successivi con lui perché ti trascinava in campo con lui, eravamo tutti compatti ed uniti come non mai e questa sensazione (unita ad un gioco il più delle volte esaltante) ha avuto un significato difficilmente descrivibile per la bellezza di come l’abbiamo vissuta tra amici, fidanzate, mogli, parenti.
Ricordo ogni partita, ogni gol e finalmente l’attesa per una partita della Juve sicuro che comunque andava, c’era quell’omino lì in panchina da guardare, seguire, che ti dava sicurezza perché ti prendeva per mano.
Dopodiché ha deciso di lasciare, per motivi che ancora oggi non sono del tutto chiari, nel cuore del ritiro estivo.
La cosa fu per molti letta con disappunto ma poteva rientrare ancora in una logica (a noi sconosciuta) di rapporti incrinati coi vertici (leggi Agnelli) o motivazioni e convinzioni calcistiche (sulla squadra) mancanti.
Tutto questo a mio avviso restava coerente col suo modo di essere e di vivere con l’ossessione della vittoria.
Tra l’altro lasciò un contesto meraviglioso che per due occasioni, attraverso Allegri, sfiorò la vittoria Europea.
Quindi nulla da dire e riconoscenza eterna.
Come l’ho amato alla Juve, l’ho osannato in nazionale (la più bella, compattante ed emozionante dai tempi di Italia ‘90), l’ho tifato al Chelsea dove si giocava un campionato con mostri sacri quali Mourinho, Guardiola, Klopp e altri, uscendone ancora una volta da vincitore.
Sappiamo, ovviamente, che gli allenatori, così come i giocatori ed i dirigenti, sono professionisti ed hanno tutto il diritto di fare delle scelte professionali che possano non essere “patrimonio esclusivo” della squadra in cui hanno militato.
Ma il caso di Conte all'Inter, però è totalmente diverso.
Lo scontro tra Juventus ed Inter è etico, morale, ideologico, storico, calcistico.
Per questo oggi viviamo la giornata spartiacque che lascerà un segno incancellabile nel giudicare Conte e la sua storia con la Juventus. Era l’unico gesto, l’unica scelta che non doveva fare. L’unico gesto che gli si chiedeva di non fare.
Immaginate De Rossi alla Lazio? Maldini alla Juve o Zanetti alla Juventus? MA soprattutto Del Piero, Buffon, Chiellini, Nedved all’Inter li immaginate andare all’Inter anche fra tanti anni?
Conte non è solo un ex juventino, professionista, che va in una squadra rivale.
Una scelta professionale sarebbe stato andare al Milan, alla Roma, al Napoli.Qui si tratta del simbolo del 5 maggio 2002 che va a busta paga in una società in cui al proprio interno operano e decidono personaggi come Zanetti o Tronchetti Provera (main sponsor storico), giusto per fare due nomi a caso.
E’ la squadra di Materazzi a cui lo stesso Conte dedicò il 5 maggio.
Questa è gente che non ha mai nascosto l’opinione sulla Juventus circa presunti furti (e chi era il capitano di quella Juve nella famosa stagione, del famoso rigore di Ronaldo 1997/1998?). E’ la squadra che gli ha dato del dopato e del disonesto, che gli ha buttato merda addosso per il calcioscommesse e che lo voleva in galera quando Agnelli lo difendeva…
Andare all'Inter significa entrare in una società che ha provato ad ANNIENTARCI soprattutto nel 2006 schiantandoci in serie B, strappandoci uno scudetto vinto sul campo ed appicciato sulle loro sudice maglie (il famoso scudetto “dell’onestà” per loro, “di cartone” per i sani di mente).
Una società che ha cercato di buttare fango su una storia di cui lo stesso Conte è stato indubbio protagonista: andare all'Inter significherà calpestare in primis la propria dignità, rinnegare se stesso, la propria storia, ma soprattutto la nostra di tifosi.
Sull’Inter invece è difficile aggiungere qualcosa che non sia un commento “imbarazzante”.
Tutto ciò che dicono e fanno contro di noi poi lo smentiscono coi fatti. La loro storia è un continuo tentativi di inseguirci ed imitarci nei giocatori (vedi Vieri, Ibra, Vieira tra i vari), negli allenatori (Trapattoni, Lippi ora Conte) nei dirigenti (tentarono con Moggi poi non riuscendo a prenderlo lo affossarono con Farsopoli ora hanno Marotta). La loro pochezza di storia ed idee è imbarazzante così come fino ad ora sono stati i cinesi tentativi di copiare “la matrice originale”: vedremo se questo ennesimo tentativo di imitazione darà i frutti da loro sperati.
Per oggi resta l’idea che Antonio Conte è passato al lato oscuro della forza: “La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza.…ed io sento in te molta paura…”.
Da “fratello”, “amico”, “compagno” di mille battaglie, non resta che la delusione immensa e l’amara consapevolezza lui sia ora il principale dei nemici.
Da tifoso appassionato avrei evitato di vivere un giorno simile: speravo de morì prima (cit. Curva Sud, Roma).
Ora attendiamo la risposta della Juventus ancora senza panchina, perché a tutto questo serve una risposta all’altezza e lo sappiamo perché questa sfida non la possiamo proprio perdere.


Commenti
Posta un commento