Open – La mia storia
Ho sempre ammirato molto chi è in grado di rivoluzionare un sistema basato su regole consolidate, attraverso un’inclinazione sincera e tutt’altro che ruffiana.
Chi ha la forza, la personalità, il coraggio ed il talento di esprimersi attraverso un nuovo e creativo linguaggio finendo per stravolgere le regole o l’interesse mediatico di qualunque attività che abbia un risvolto sociale o popolare.
Chi volontariamente apre un nuovo scenario o chi semplicemente ha la capacità di mostrarti un punto di vista completamente nuovo dello scenario stesso.
Quale tennista osò negli anni ‘80 indossare sul campo abiti colorati o pantaloncini in jeans quando l’unico colore utilizzato per vestire era il bianco?
Chi osò portare capelli lunghi, colorati, orecchini per praticare uno sport in cui l’uniformità nelle divise e nello stile era fino a quel momento quasi sacrale?
La risposta porta il nome dell’indimenticabile Andre Agassi che scardinò moltissime convenzioni di un ambiente e di uno sport intero.
Per questo motivo, quella che vorrei approfondire in queste righe non è la personale voglia di sostenere la presa di posizione di un ribelle fine a se stesso, bensì è una personale analisi da effettuare attraverso la recensione di uno dei più bei libri letti recentemente in grado di accarezzare aspetti che coinvolgono tutti, amanti e non amanti del tennis o dello sport in genere.
Open non è la solita biografia di una star dello sport, che scopre un talento e vive un’ascesa sensazionale della sua carriera.
Non è un’opera confezionata da uno straordinario ghostwriter (per l’occasione addirittura il Premio Pulitzer J. R. Moehringer) ma è un vero e proprio romanzo in grado di toccare aspetti umani, psicologici, emotivi e mediatici, come pochi altri nel genere (e non solo) e lo fa attraverso il punto di vista del protagonista, in grado di offrire un’originale visione dall’interno le vicissitudini di chi è sempre stato visto e giudicato dall’esterno.
Open offre almeno due chiavi di lettura evidenti:
Potrebbe essere la storia di un bambino prodigio che scopre l'amore per una disciplina ed è felice soltanto quando può esprimerla ed è invece la storia di un talento che anziché rivelarsi una risorsa, risulta essere la condanna di chi resta prigioniero di una scelta non propria, ma voluta fortemente da altri.
Il giudizio e l’idea che gli altri, i media in primis, si fanno giudicando superficialmente ciò che appare senza entrare nel merito delle motivazioni che inducono appunto, un modo di apparire
Stilisticamente il libro inizia dalla fine.
E’ un viaggio a ritroso nel tempo che comincia dai pensieri raccolti nello spogliatoio durante l’ultimo vittorioso incontro della sua carriera.
Ci si ritrova velocemente immersi nell’infanzia di chi fu costantemente alla ricerca di risultati sportivi indispensabili per guadagnarsi la stima e, se possibile, l’affetto di un padre che solo attraverso quelli, avrebbe valutato positivamente il proprio figlio.
Mike Agassi, il padre di Andre, cercando un riscatto personale nel figlio, gli impose al figlio un unico obiettivo: diventare il numero uno al mondo nello sport da lui scelto.
Andre sarebbe diventato un tennista perché questo era il destino che Mike aveva scelto per lui.
Per sua “sfortuna” Andre era il più talentuoso dei suoi figli e forse anche l’unico non in grado di ribellarsi ai feroci allenamenti imposti dal padre.
Mike aveva costruito, nel giardino della casa nel deserto di Las Vegas, un enorme sparapalle modificato, che segnerà per sempre le giornate del figlio.
Da quando aveva solo cinque anni infatti, Andre fu costretto a colpire 2500 palle al giorno, 17500 alla settimana, quasi un milione all'anno mentre i suoi coetanei giocavano, studiavano, si divertivano in consuete attività adatte a chi vive quell’età.
Dal punto di vista umano la vicenda di Agassi è a dir poco coinvolgente ed al lettore viene data la possibilità di rileggere l’intera carriera sportiva di un famoso atleta, che rispecchierà esattamente le stesse enormi contraddizioni della sua personalità. Si vivranno anno dopo anno, i tornei ricchi degli alti e dei bassi figli di un grande talento ma di una discontinuità incredibile, quanto inevitabile.
Nonostante si tratti di un’autobiografia di cui non si può mai assicurare l’obiettività, lo sguardo di Agassi su se stesso è spesso così severo nel raccontarsi, che ci induce a pensare che il campione non abbia usato troppa indulgenza.
E’ struggente la solitudine che deriva da chi vive sulla propria pelle la ricerca di un obiettivo scelto da altri : «Questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio, mi appare l’essenza della mia vita».
Leggendo le travolgenti righe scritte da Moehringer, si vive in prima persona il forte senso di inadeguatezza, la sensazione di essere spesso fuori posto, e lontano agli standard e clichè preconfezionati, alla costante ricerca del proprio posto nel mondo e della propria identità.
Il protagonista ci racconta gli anni in accademia, gli allenamenti impossibili e i dolori atroci, la depressione per le sconfitte e la dolcezza delle vittorie, costantemente sotto i riflettori ed alle prese con una stampa cinica e poco amabile nei suoi confronti.
Open è la struggente confessione di chi attraverso le luci del successo capisce quanto la soddisfazione di una vittoria non ripagherò mai il prezzo da pagare per arrivarvi : “Io però non credo che Wimbledon mi abbia cambiato. Vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere: una vittoria non è così piacevole quant'è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto, non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente” . Finalmente un libro in cui il protagonista ci appare tutt’altro che come un supereroe ma bensì come un antieroe, uno che esce sconfitto anche dalle proprie vittorie.
Come dicevo nell’intro, questa biografia risulta interessante anche nell’analisi del rapporto coi media e la visione che gli stessi danno dei personaggi pubblici enfatizzando certi elementi per trarre conclusioni affrettate.
Etichettato come “alternativo”, l’uomo dagli indescrivibili capelli lunghi, colorati e dal look trasgressivo in perenne contrasto con codici e regole da rispettare.
Giudicato un oltraggio per il genere, leggendo il punto di vista del protagonista, si capisce quanto l’aspetto stravagante non avesse uno scopo commerciale preconfezionato, una voluta voglia di differenziarsi a tutti i costi dagli altri, ma evidenziasse la confusione totale sulla propria identità.
ll ritiro del 2006 avrebbe dovuto mettere fine ai tormenti di André ma lui non è tipo da uscire di scena in silenzio.
Proprio al momento di andarsene infatti, sciocca fan e colleghi ammettendo di aver fatto uso di anfetamine durante le partite, lascia a bocca aperta il pubblico rivelando che la sua folta criniera è in realtà un parrucchino posticcio e confessa di aver sempre detestato lo sport cui ha dedicato la vita.
Alla fine dell’opera, credo resti al lettore l’immagine di un bambino impaurito e confuso, un adolescente ribelle, un giovane campione tormentato e, infine, di uomo esagerato, imprudente, spesso infantile, ma di buon cuore e forte per quanto folle personalità.
Una delle migliori definizioni del protagonista resta quella data da uno dei suoi principali allenatori : “Certe persone sono termometri, altre termostati. Tu sei un termostato. Non registri la temperatura in una stanza, la cambi”.
Concludo dicendo che malgrado le opinioni positive della critica, il libro ha trovato una vera e propria consacrazione grazie al passaparola di giornali e web.
Spinto dai cinguettii di twetter di un’appassionata Daria Bignardi, di Valentino Rossi e Jovanotti, Open è passato dalle 15mila copie della tiratura iniziale alle 100mila vendute attuali, facendolo comparire nelle classifiche di vendita di tutti i libri e facendolo considerare da molti critici come “Una grande epopea dal sapore letterario. Per ora il miglior libro del 2011".
A conti fatti un boom tutt’altro che immediato ma nato quando nessuno più se l'aspettava, proprio in perfetto stile Agassi, l'uomo che nel tennis ha vinto tutto e lo ha fatto proprio quando nessuno più se lo aspettava, diventando uno dei 7 campioni di tutti i tempi in grado di aggiudicarsi tutti e 4 i titoli dello Slam, il primo a realizzare il Career Grand Slam su tre diverse superfici e il primo e unico tennista ad aver vinto anche la medaglia d'oro del singolare olimpico, il torneo ATP World Championship e la Coppa Davis.
Nella lunga partita tra l'atleta perfezionista e combattivo e quello fragile e controverso, alla fine vince sempre l'Agassi "open".
Perché per lui non è mai detta l'ultima parola. Nemmeno quando è scritta in un libro.
Andrea
Ho sempre ammirato molto chi è in grado di rivoluzionare un sistema basato su regole consolidate, attraverso un’inclinazione sincera e tutt’altro che ruffiana.
Chi ha la forza, la personalità, il coraggio ed il talento di esprimersi attraverso un nuovo e creativo linguaggio finendo per stravolgere le regole o l’interesse mediatico di qualunque attività che abbia un risvolto sociale o popolare.
Chi volontariamente apre un nuovo scenario o chi semplicemente ha la capacità di mostrarti un punto di vista completamente nuovo dello scenario stesso.
Quale tennista osò negli anni ‘80 indossare sul campo abiti colorati o pantaloncini in jeans quando l’unico colore utilizzato per vestire era il bianco?
Chi osò portare capelli lunghi, colorati, orecchini per praticare uno sport in cui l’uniformità nelle divise e nello stile era fino a quel momento quasi sacrale?
La risposta porta il nome dell’indimenticabile Andre Agassi che scardinò moltissime convenzioni di un ambiente e di uno sport intero.
Per questo motivo, quella che vorrei approfondire in queste righe non è la personale voglia di sostenere la presa di posizione di un ribelle fine a se stesso, bensì è una personale analisi da effettuare attraverso la recensione di uno dei più bei libri letti recentemente in grado di accarezzare aspetti che coinvolgono tutti, amanti e non amanti del tennis o dello sport in genere.
Open non è la solita biografia di una star dello sport, che scopre un talento e vive un’ascesa sensazionale della sua carriera.
Non è un’opera confezionata da uno straordinario ghostwriter (per l’occasione addirittura il Premio Pulitzer J. R. Moehringer) ma è un vero e proprio romanzo in grado di toccare aspetti umani, psicologici, emotivi e mediatici, come pochi altri nel genere (e non solo) e lo fa attraverso il punto di vista del protagonista, in grado di offrire un’originale visione dall’interno le vicissitudini di chi è sempre stato visto e giudicato dall’esterno.
Open offre almeno due chiavi di lettura evidenti:
Potrebbe essere la storia di un bambino prodigio che scopre l'amore per una disciplina ed è felice soltanto quando può esprimerla ed è invece la storia di un talento che anziché rivelarsi una risorsa, risulta essere la condanna di chi resta prigioniero di una scelta non propria, ma voluta fortemente da altri.
Il giudizio e l’idea che gli altri, i media in primis, si fanno giudicando superficialmente ciò che appare senza entrare nel merito delle motivazioni che inducono appunto, un modo di apparire
Stilisticamente il libro inizia dalla fine.
E’ un viaggio a ritroso nel tempo che comincia dai pensieri raccolti nello spogliatoio durante l’ultimo vittorioso incontro della sua carriera.
Ci si ritrova velocemente immersi nell’infanzia di chi fu costantemente alla ricerca di risultati sportivi indispensabili per guadagnarsi la stima e, se possibile, l’affetto di un padre che solo attraverso quelli, avrebbe valutato positivamente il proprio figlio.
Mike Agassi, il padre di Andre, cercando un riscatto personale nel figlio, gli impose al figlio un unico obiettivo: diventare il numero uno al mondo nello sport da lui scelto.
Andre sarebbe diventato un tennista perché questo era il destino che Mike aveva scelto per lui.
Per sua “sfortuna” Andre era il più talentuoso dei suoi figli e forse anche l’unico non in grado di ribellarsi ai feroci allenamenti imposti dal padre.
Mike aveva costruito, nel giardino della casa nel deserto di Las Vegas, un enorme sparapalle modificato, che segnerà per sempre le giornate del figlio.
Da quando aveva solo cinque anni infatti, Andre fu costretto a colpire 2500 palle al giorno, 17500 alla settimana, quasi un milione all'anno mentre i suoi coetanei giocavano, studiavano, si divertivano in consuete attività adatte a chi vive quell’età.
Dal punto di vista umano la vicenda di Agassi è a dir poco coinvolgente ed al lettore viene data la possibilità di rileggere l’intera carriera sportiva di un famoso atleta, che rispecchierà esattamente le stesse enormi contraddizioni della sua personalità. Si vivranno anno dopo anno, i tornei ricchi degli alti e dei bassi figli di un grande talento ma di una discontinuità incredibile, quanto inevitabile.
Nonostante si tratti di un’autobiografia di cui non si può mai assicurare l’obiettività, lo sguardo di Agassi su se stesso è spesso così severo nel raccontarsi, che ci induce a pensare che il campione non abbia usato troppa indulgenza.
E’ struggente la solitudine che deriva da chi vive sulla propria pelle la ricerca di un obiettivo scelto da altri : «Questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio, mi appare l’essenza della mia vita».
Leggendo le travolgenti righe scritte da Moehringer, si vive in prima persona il forte senso di inadeguatezza, la sensazione di essere spesso fuori posto, e lontano agli standard e clichè preconfezionati, alla costante ricerca del proprio posto nel mondo e della propria identità.
Il protagonista ci racconta gli anni in accademia, gli allenamenti impossibili e i dolori atroci, la depressione per le sconfitte e la dolcezza delle vittorie, costantemente sotto i riflettori ed alle prese con una stampa cinica e poco amabile nei suoi confronti.
Open è la struggente confessione di chi attraverso le luci del successo capisce quanto la soddisfazione di una vittoria non ripagherò mai il prezzo da pagare per arrivarvi : “Io però non credo che Wimbledon mi abbia cambiato. Vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere: una vittoria non è così piacevole quant'è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto, non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente” . Finalmente un libro in cui il protagonista ci appare tutt’altro che come un supereroe ma bensì come un antieroe, uno che esce sconfitto anche dalle proprie vittorie.
Come dicevo nell’intro, questa biografia risulta interessante anche nell’analisi del rapporto coi media e la visione che gli stessi danno dei personaggi pubblici enfatizzando certi elementi per trarre conclusioni affrettate.
Etichettato come “alternativo”, l’uomo dagli indescrivibili capelli lunghi, colorati e dal look trasgressivo in perenne contrasto con codici e regole da rispettare.
Giudicato un oltraggio per il genere, leggendo il punto di vista del protagonista, si capisce quanto l’aspetto stravagante non avesse uno scopo commerciale preconfezionato, una voluta voglia di differenziarsi a tutti i costi dagli altri, ma evidenziasse la confusione totale sulla propria identità.
ll ritiro del 2006 avrebbe dovuto mettere fine ai tormenti di André ma lui non è tipo da uscire di scena in silenzio.
Proprio al momento di andarsene infatti, sciocca fan e colleghi ammettendo di aver fatto uso di anfetamine durante le partite, lascia a bocca aperta il pubblico rivelando che la sua folta criniera è in realtà un parrucchino posticcio e confessa di aver sempre detestato lo sport cui ha dedicato la vita.
Alla fine dell’opera, credo resti al lettore l’immagine di un bambino impaurito e confuso, un adolescente ribelle, un giovane campione tormentato e, infine, di uomo esagerato, imprudente, spesso infantile, ma di buon cuore e forte per quanto folle personalità.
Una delle migliori definizioni del protagonista resta quella data da uno dei suoi principali allenatori : “Certe persone sono termometri, altre termostati. Tu sei un termostato. Non registri la temperatura in una stanza, la cambi”.
Concludo dicendo che malgrado le opinioni positive della critica, il libro ha trovato una vera e propria consacrazione grazie al passaparola di giornali e web.
Spinto dai cinguettii di twetter di un’appassionata Daria Bignardi, di Valentino Rossi e Jovanotti, Open è passato dalle 15mila copie della tiratura iniziale alle 100mila vendute attuali, facendolo comparire nelle classifiche di vendita di tutti i libri e facendolo considerare da molti critici come “Una grande epopea dal sapore letterario. Per ora il miglior libro del 2011".
A conti fatti un boom tutt’altro che immediato ma nato quando nessuno più se l'aspettava, proprio in perfetto stile Agassi, l'uomo che nel tennis ha vinto tutto e lo ha fatto proprio quando nessuno più se lo aspettava, diventando uno dei 7 campioni di tutti i tempi in grado di aggiudicarsi tutti e 4 i titoli dello Slam, il primo a realizzare il Career Grand Slam su tre diverse superfici e il primo e unico tennista ad aver vinto anche la medaglia d'oro del singolare olimpico, il torneo ATP World Championship e la Coppa Davis.
Nella lunga partita tra l'atleta perfezionista e combattivo e quello fragile e controverso, alla fine vince sempre l'Agassi "open".
Perché per lui non è mai detta l'ultima parola. Nemmeno quando è scritta in un libro.
Andrea

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