premetto: non credete a nulla di quello che sto per raccontarvi.
Siamo appena rientrati dal nostro viaggio di nozze e vi vogliamo mostrare il diario fotografico del nostro percorso affinchè siate voi a farvi un’idea personale di cosa noi abbiamo vissuto.
Quindi non fidatevi di ciò che vi scrivo perché mai come in questo viaggio ho capito quanto ogni valutazione di esso sia totalmente frutto di un interazione tra viaggiatore e meta e che la realtà vissuta sia solo figlia di una totale soggettività.
Dico questo perché io e Barbara siamo stati divinamente per una complessità di motivi che vanno dalla perfetta organizzazione del viaggio stesso (e per questo non ringrazieremo mai abbastanza Ivan, Chiara e mia zia dell’agenzia Viaggi Santerno), alle cose viste, al clima, alle persone incontrate.
Un viaggio reso speciale anche dalla nostra guida, Amini, una persona meravigliosa, simpaticissima quanto competente, innamorata del proprio lavoro e della propria terra, quindi in grado di trasmetterti ulteriore entusiasmo ed amore per le cose vissute.
Moltissima gente attorno a noi invece si è più volte lamentata del Safari, dei pochi animali visti lungo il percorso e dei posti in cui alloggiavano. Per tutto questo vi rimando alle foto del link sottostante affinchè giudichiate voi.
Io ho un’idea ben precisa e nel cuore un’infinità di emozioni che ti possono cambiare la vita o la visione delle cose. Molti altri turisti certamente hanno vissuto un’altra vacanza quindi, ribadisco, ogni giudizio è totalmente soggettivo.
Per me e Barbara il Safari è stato un autentico viaggio mentale oltre che fisico perché tutto il nostro mondo quotidiano, fatto di abitudini modi di dire e fare lo abbiamo lasciato tra le quattro mura di casa una volta dato l’ultimo giro di chiave prima di partire.
Ho capito invece che molti non viaggiano bensì si spostano e basta, cercando altrove le stesse cose che hanno a casa lamentandosi, anzi, se non le trovano.
Noi ci siamo totalmente lasciati andare fondendoci con tutto ciò che ci circondava, cercando di divenire parte del paese che stavamo attraversando.
Tra l’altro la parola Safari significa appunto viaggio avventuroso, un’autentica scoperta e noi crediamo di aver vissuto tutto con lo spirito con cui andava vissuto sapendo di poter trovare tutto e niente.
Per me il viaggio tra i parchi del Kenya merita solo per l’ambiente ed il contesto che trovi lì.
Lo scenario selvaggio ed incontaminato dato da baobab ed alberi d’acacia con le sue albe ed i suoi tramonti, non lo trovi ad Imola, almeno non dove vivo io quando apro la finestra.
Così come non trovo a dicembre il clima caldo e dolcemente ventoso del Kenya. Per cui già per questo credo vi sia poco da lamentarsi.
Se poi parliamo di animali, non so cosa uno si possa aspettare da un’esperienza simile.
Dico solo che essere ospiti in casa di bestie da noi improbabili, vederle muovere liberamente nel loro ambiente naturale, vedere loro fare quello che il solo istinto gli diceva di fare, creava in noi una quotidiana e sempre nuova emozione, appunto una scoperta.
Ci sentivamo cacciatori la cui nostra unica arma era il teleobiettivo della reflex.
Ti muovevi ogni giorno in un territorio in cui i padroni assoluti e liberi erano zebre, gazzelle, giraffe e sapevi in partenza che potevi girare per ore e non trovare nulla come avere l’immensa fortuna di trovare l’animale più raro e solitario attraversarti la strada.
Ma il bello è proprio quello. Il safari non è come andare allo zoo dove l’animale lo trovi (spesso sofferente) in un recinto con l’etichetta sopra.
Qui la natura è davvero selvaggia così come i suoi tempi, i suoi modi, la sua strada, l’aria, la fauna.
Spero di non diventare mai abbastanza sfrontatamente ricco da ritrovarmi un giorno talmente povero da avere occhi solo per guardare ma non vedere, orecchie per sentire ma non per ascoltare, palato per mangiare ma non più per gustare.
L’altra cosa che ti lascia un’esperienza simile è data dalla gente.
Non sconvolge tanto la condizione in cui vivono perché se non sei sprovveduto, te l’aspetti.
Ti aspetteresti però di trovarli disperati che mendicano distrutti qualche centesimo.
Ed invece quello che ti sconvolge è che loro in quella condizione, hanno negli occhi e nel sorriso una gioia autentica, superiore alla mia.
Mi hanno insegnato ogni giorno che a loro basta ciò che hanno.
Mi guardavano negli occhi e mi sono sentito io il povero o poveretto. Perché io vivo ed assecondo un sistema in cui spesso do valore a ciò che non ne ha, al superfluo e per questo spesso mi arrabatto, stresso, corro perché di base non mi basta mai ciò che ho.
E’ una disperata corsa verso un obiettivo irraggiungibile perché è finto ed irreale proprio l’obiettivo stesso. Non c’è mai una fine a quello cui potemmo ambire e la vera povertà è proprio data da questa incapacità di non godersi le proprie fortune, il proprio status.
Il non sapere, vedere, capire più che la soglia dell’essenziale l’abbiamo superata da un pezzo, ti disorienta.
E ti spiazza totalmente quando li guardi negli occhi.
Loro non ti insegnano come vivere, in quali condizioni, ma hai la sensazione che loro sappiano vivere.
Certo il loro modello di vita è totalmente “essenziale”, anzi spesso ben al di sotto dell’essenzialità, è quindi estremo dal lato opposto però ti insegna, ti ricorda che una vita basata su poche cose ma fondamentali può farti molto più felice se la sai realmente apprezzare e che forse si corre spesso in direzioni sbagliate quanto il fine ultimo da raggiungere.
Ribadisco: spero di non diventare mai abbastanza sfrontatamente ricco da ritrovarmi un giorno talmente povero da avere occhi solo per guardare ma non vedere, orecchie per sentire ma non per ascoltare, palato per mangiare ma non più per gustare.
Questo e molto altro spero si possa cogliere nelle immagini.
Jambo a tutti!!!
A&B
PS
Mentre guardo le foto mi piace ascoltare questa che non a caso si chiama "La meraviglia di esserci" ..proprio perchè...è veramente così ...un viaggio senza spiegazioni spazio temporali :
















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